Ripari

porticato

Pioveva; persino al riparo, sotto il porticato.

Non dovevamo essere lì, eppure, per qualche minuto, quell’arco di muratura sarebbe stato il nostro ombrello.

Finalmente mi parlò.

La sua voce era profonda e, nonostante il sorriso abbozzato, i suoi occhi tradivano un dolore tanto umano quanto imperfetto.

Credo che tu abbia sofferto tanto”, mi disse. “Si vede da come guardi e da come ti muovi”.

Due anime in pena si erano conosciute e riconosciute.

Non pensai a lungo al da farsi. Io mi ero salvata, forse. Lui era perduto.

Mi travolse una forza che non pensavo di avere, mentre il mio corpo trascinava il suo a sbattere contro la chambranle. Avrebbe potuto respingermi o accettare quella violenza passivamente. Mi cinse forte, mentre le mie mani lo stringevano al petto e le sue carezzavano la mia testa.

Ti fa male pensare”. Mi sussurrò mentre le nostre bocche erano così vicine da diventare fiato dell’altro.

Ci baciammo.

Con un impeto e una violenza che solo il dolore sa offrire.

La pioggia non cadeva più.

Ci saremmo dovuti separare.

Afferrò la mia mano, mentre mi incamminavo là fuori.

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Il Simposio o Riflessioni sull’amore

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In un tempo molto antico, più antico degli uomini del Rinascimento e ancora del Medioevo, in un paese ancora meraviglioso, vivevano uomini che amavano trascorrere il loro tempo bevendo e conversando.
Non discutevano di cose frivole, ma si preoccupavano della città, dell’anima, del corpo e persino degli dei… Una volta si trovarono a parlare di quella più importante, il principio della vita e la molla per ogni conoscenza: Eros, l’amore.
Tra questi uomini c’era uno scrittore di commedie, abituato a far sorridere per far riflettere. Si chiamava Aristofane e il suo è ancora oggi una grande spiegazione delle cose intorno all’amore.
Raccontò, come adesso io racconto a te, che un tempo gli individui non erano come lo sono adesso: non vi erano due generi sessuali, si muovevano in modo diverso da noi e avevano non una coppia di gambe, braccia e orecchie, ma il doppio.
Non c’erano, dunque, solo uomini e solo donne; esistevano gli androgeni, che possedevano sia caratteri maschili che femminili.
Il Sole glorioso aveva generato gli uomini, l’accogliente Terra le donne, mentre gli androgeni discendevano dalla Luna, che si trovava a metà strada tra la stella e il nostro pianeta.
Avevano una forma tonda, come tondi erano i loro predecessori; se tu avessi visto come correvano e piroettavano, non saresti riuscito a non sghignazzare, colpito dalla loro apparente goffaggine!
Fu proprio questa loro caratteristica a generare presunzione, forza per la diretta discendenza e somiglianza con i loro grandi antenati: osarono sfidare gli abitanti del Monte Olimpo, gli dei, pensando di essere più forti di loro. Per questo affronto meritavano una punizione, ma le divinità non volevano fulminare l’intera umanità. Decisero, per questo, di dividerli a metà, rendendoli più deboli e vulnerabili.
Ci fu un gran scompiglio e uno sgomento.
Solo nell’abbraccio reciproco le due metà si riunivano e riconquistavano una seppur breve compattezza, una parvenza dell’antica potenza.
Da quel giorno, gli esseri del Sole cercano la loro metà maschile, quelli della Luna la loro metà femminile, mentre quelli della Luna l’altra parte completare, maschili se femminili e femminili se maschili.
L’amore è il sollievo di quell’abbraccio, la parola fine di quella ricerca.
È il ricostituirsi di quella forza originaria e dell’unità che gli dei, per la nostra presunzione, ci strapparono.
L’oggetto dell’amore può essere un uomo o una donna, non è questo il pericolo.
Devi solo stare attento a non annullarti nel piacere di quell’abbraccio, a non farti morire di fame per paura di lasciarlo scappare.
Non c’è niente di sbagliato nell’amore, sia rivolto al tuo stesso sesso o all’altro sesso.
L’importante è non dimenticare chi sei tu.
Liberamente ispirato dal discorso di Aristofane
“Simposio”, Platone, V sec. a.C.

 

Nessun laccio, nessun giogo.

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Guardati.
Sei così imperfetta.
Nessun altro potrebbe apprezzarti. Desiderarti. Amarti.
Guardati.
Nessuno è intorno a te.
Ci sono solo io, con la mia infinita gentilezza nei tuoi confronti.
Non sei che un uccellino caduto troppo in fretta dal nido. Eri impaziente di volare e ora zoppichi appena.
Guardati.
Traballi su quei tacchi, ma dovresti proprio tornare a cambiarti.
Non sei abbastanza. Non sei mai abbastanza.
Occupi così tanto posto con i tuoi trentotto chili.
Dovresti essere più bella.
Più carina con me.
Più obbediente.
Guardati.
Mi vergogno di te.
Sei così piccola e fragile.
Così sola e impotente.

Guardami.
Sono come sono. Niente di più. Niente di meno.
Ho imparato che senza l’amore per se stessi si è incapaci di amare ed essere amati. Devo essere io la prima a volermi davvero bene.
Degli altri mi importa il giusto; spero che imparino ad accettarmi per come sono.
Guardami.
Sto bene da sola e in compagnia, perché ho fatto pace con me stessa. Con la mia luce e con la mia tenebra.
Ti ho allontanato fuggendo da un fuoco pernicioso, distruttivo. Non c’era amore o passione nel tuo sguardo, ma solo rabbia e voglia di far male.
La mia zampetta è guarita dopo la caduta dall’albero. Adesso le mie ali sono più forti e riesco a volare e a planare, a poggiarmi sull’acqua o sul ramo di un albero. Ho sofferto e faticato, ma ora sono più forte.
Guardami.
Indosso le scarpe che voglio e i vestiti con cui mi sento a mio agio. Non sono elegante, ma in jeans e maglietta. Eppure, finalmente, mi sento meglio.
Potrei fare di più, forse. Potrei fare qualcosa di diverso. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo e questo mi rende felice.
Il peso ogni tanto vacilla, eppure mi sono scoperta golosa di vita.
Vorrei proprio tingermi i capelli e, forse, lo farò.
Per il resto penso che ci siamo.
Anche se ho il naso storto, gli occhi all’ingiù e sono piatta come una tavola da surf.
Prendo tempo per me e per le cose che amo fare: scrivere mi ha salvata. La penna è la mia amica più fidata.
Guardami.
Ti perdono per il male che mi hai fatto. Forse anche tu avresti bisogno d’aiuto. Mi perdono per il male che ti ho concesso di farmi, perché, adesso, finalmente respiro.
Io sono un piccolo vulcano di idee ed energie.
Il mio cuore trabocca di vita.

 

 

 

Così non sarai sola…

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La chiesa non era fredda. Neppure vuota.

C’era odore di chiuso, di umidità annidata.

Le donne sedevano nelle prime file delle navate centrali; gli uomini in disparte, in quelle laterali.

Mi sentii travolgere da un senso di smarrimento e pensai d’accendere un lumino.

Vidi che c’era una candela accesa, sola soletta.

“Chi l’ha accesa si sarà sentito molto solo”, pensai.

Misi un soldino e ne portai una accanto a quella.

“Così non sarai sola…”